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Esempi di “arte popolare” per raccontare la “radiosa notte che racchiudeva il giorno”

Sono più di una trentina le opere esposte. Alcune di grandi dimensioni (circa un metro quadrato), altre più ridotti. Veri e propri diorami, non solo espressione di raffinato artigianato ma piuttosto lavori capaci di elevarsi ad “arte popolare”. Sono moltissime le sollecitazioni che le opere esposte propongono al visitatore, dal punto di vista storico, estetico, religioso e antropologico, e trovano un sapiente punto di equilibrio nell’allestimento curato dai maestri presepisti, che riescono a isolare visivamente le natività, permettendone una lettura ottimale, e insieme a legarle dialetticamente in un discorso multifocale.

Ambientazioni tradizionali e letture più originali

Ci sono ambientazioni più legate alla tradizione storica, con gli edifici bianchi e con il tetto a semisfera, attorniati dalle palme, e poi quelle che riportano ad un ambiente locale, come quello della baita o, ancora più efficacemente, della cascina. Traducono un invito palpitante ad aprire il cuore alla magia del Santo Natale. Ancora più eloquente un diorama in cui, in una ambientazione domestica, con tanto di focolare e tavola imbandita, e il presepe è quasi un dettaglio, allestito in questa cucina. E’ il presepe, con la sua “bellezza” che entra nelle nostre vite, in ogni momento, anche quello del lavoro, come racconta una installazione in cui tutti i personaggi sono realizzati usando e forgiando esclusivamente viti e bulloni. Un vero esempio, al netto dei risvolti sociali, di arte che racconta il contemporaneo. O, ancora, quello ambientato in un vero borgo, come a sottolineare che nessun evento come il Natale ha un carattere individuale e universale allo stesso tempo. L’osmosi con il visitatore, dunque, è totale. Non mancano rappresentazioni di fantasia. Ci sono presepi con capanne allestite sugli alberi o sotto funghi giganteschi (quasi ad evocare un richiamo alla sostenibilità). Storie di un passato che sentivamo particolarmente vicino alla nostra comune sensibilità, nell’ottica (come suggerisce padre D.M.Turoldo) di un “mistero” legato alla bellezza di una “maternità” tutta luce, in quella “radiosa notte/che racchiudeva il giorno,/ che avrebbe rivestito di carne la luce/ e dato un nome al silenzio”.

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