Il bisogno di vivere insieme e il nuovo volto di Cremona – editoriale di Eugenio Marchesi

di Eugenio Marchesi, presidente Botteghe del Centro

Cremona, per progettare il suo futuro, ha bisogno di unità, di condivisioni, di scelte che ne considerino la complessità e l’identità. E, soprattutto, ha bisogno di responsabilità e di amore per la città. Servono decisioni coraggiose e consapevoli, orientate più al futuro che al presente, inserite in un progetto globale e ambizioso. Non si può procedere continuando, semplicemente, ad autorizzare nuovi centri commerciali. Tra nuovi cantieri, concessioni di licenze, trattative per riconversioni di aree ogni giorno si aggiunge qualcosa di nuovo. Ma così si nega ogni prospettiva di rigenerazione e di sviluppo turistico. Questo anche perché viviamo una fase storica segnata dalla gravità di una situazione economica che ha stravolto abitudini consolidate e introdotto modi diversi di vivere le relazioni e la stessa quotidianità. Si tratta di una rivoluzione che impone di pensare al futuro applicando nuovi modelli. Vale anche (e soprattutto) per lo sviluppo della città. In un momento in cui moltissime imprese sono a rischio (e nel solo 2020 in Italia se ne sono perse trecentomila) ogni azione di pianificazione urbanistica deve obbligatoriamente mettere al centro la sfida della rigenerazione del tessuto urbano. È una questione fondamentale per contrastare l’allarmante fenomeno della desertificazione commerciale. Una deriva che a Cremona probabilmente era già avviata prima del Covid (e questo ci impone ad una soluzione strutturale ancora più elaborata) ma per il quale la pandemia rischia di essere un catalizzatore. Proprio nei giorni scorsi, mentre una testata giornalistica ricordava i dieci anni dalla chiusura del Cinema Tognazzi (un segnale drammatico di un centro che fatica a trovare altri elementi di attrazione oltre allo shopping e alla musica), un’altra ne annuncia il progetto di conversione in un supermercato.

Nuovi poli di distribuzione sono un problema, non la soluzione per il rilancio di Cremona

Creare nuovi spazi di media distribuzione, o peggio nuovi poli distributivi non è la soluzione. Anzi è probabilmente una parte non trascurabile del problema. Lo conferma l’esperienza pur drammatica di questi mesi che, con il seppur ingiusto blocco dei centri commerciali, hanno visto aumentare le presenze in centro. Chi ha un punto vendita in un polo commerciale e una vetrina nel salotto buono di Cremona mi ha testimoniato come, complessivamente, i volumi di vendite per il Natale si sono bilanciati. Aumentare i poli di distribuzione finisce per rendere la coperta più corta (e spesso – se non vogliamo usare eufemismi – per lasciare scoperto il centro dove è difficile accedere e costoso parcheggiare). Ecco perché ogni nuova autorizzazione finisce per far pagare il conto a chi ha già una impresa in città. Ogni centro commerciale (o agglomerato di medie superfici) impoverisce Cremona. Ormai i nuovi poli di distribuzione sono all’interno del tessuto urbano e si stanno spingendo, sempre più, verso il cuore della città. Non provare a cambiare rotta significa abdicare alla identità di Cremona. Grazie alle imprese del terziario, ai negozi e ai pubblici esercizi, le piazze e le vie sono luoghi in cui la comunità si riconosce e la nostra società, fondata sul vivere insieme, trova la più naturale realizzazione.

Senza imprese (ed eventi) la città si spegne

Senza imprese una città non vive e non è attrattiva. E’ proprio dal vivere insieme e dal suo ripensamento che bisogna ripartire. In questi anni, come Botteghe, abbiamo lavorato proprio per questo: creando eventi di qualità, fortemente caratterizzati, esclusivi, attenti a coinvolgere fasce di partecipanti eterogenee (pur se fortemente caratterizzate). Penso alle Invasioni Botaniche, a StraDeeJay o anche ai Giovedì e al Natale a Cremona. Eventi che hanno puntato, oltre che a sostenere il commercio, a rendere gli abitanti orgogliosi della loro città. La sfida, e possiamo riuscirci solo lavorando insieme, è quella di creare fiducia tra le persone per cambiare la percezione collettiva del centro storico, per riscoprirne e ricostruirne la bellezza. Ma i primi a crederci (dando per assodata la fiducia degli imprenditori che nelle loro attività investono i loro risparmi, il loro tempo, i loro progetti di futuro) devono essere gli amministratori. Già qualche anno fa una ricerca del Cersi e dell’università Cattolica aveva dimostrato che eravamo ai primi posti per densità di spazi di media e grande distribuzione. Lo eravamo in Lombardia e in Italia. Da allora la situazione è peggiorata in maniera significativa. Anche questa speranza di ripartenza sembra evidenziata soprattutto dal ritornare d’attualità delle notizie di conversioni a spazi commerciali di aree dismesse.

“Nessuno possiede le città” se non chi le vive

“Nessuno possiede le città” diceva Jane Jacob, antropologa che al tema dello sviluppo urbano ha dedicato tutti suoi studi. Credo che la città debba essere innanzitutto di chi la abita e di chi la vive, credo che la politica non possa cercare scorciatoie utili ad una rigenerazione che è di qualche capannone dismesso ma non può certo definirsi urbana perché Cremona chiede e merita altro. Ci sono, in questa direzione, operazioni importantissime (come ad esempio il recupero di Santa Monica) ed altre che hanno semplicemente il valore di una testimonianza ma non per questo vanno dimenticate. Ad uno degli ultimi tavoli sul turismo chi è stato chiamato a guidare il Ponchielli ha manifestato il desiderio di aprirlo ai turisti. O di diffondere musica all’esterno del teatro in questo periodo in cui gli spettacoli non si possono allestire sul palcoscenico.

Cremona riparta dalla sua identità e dalla sua bellezza

Vedo in questo la testimonianza orgogliosa di voler promuovere la bellezza, la storia, l’identità di Cremona e di condividerla con chi qui vive o lavora. Come imprese siamo pronte a continuare a fare la nostra parte ma pretendiamo almeno di essere ascoltate quando chiediamo che gli indirizzi, le tendenze e le prospettive di sviluppo futuro debbano essere orientate da un’azione di co-creazione che renda le persone (e le piccole imprese) protagoniste dei processi di cambiamento e di gestione del centro storico. Solo in questo modo (e non autorizzando nuove strutture di media e grande distribuzione) possiamo impegnarci in una azione capace di invertire il destino della nostra Cremona.

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